La morte, un’analisi sociologica

,

Un lettore attento potrebbe chiedersi, cosa c’entra la sociologia con la morte? 

Infatti si nasce e si muore da soli, e la sociologia è la disciplina che studia i gruppi sociali, per quanto piccoli possano essere, e le classi che ritroviamo in una società.
Il pensiero della morte inevitabile, che possiedono solamente gli esseri umani, ha però una conseguenza sociologicamente molto importante: la paura.

Non potrebbero essere degli istinti a consentirci di assolvere a questo compito – di contrastare cioè, o neutralizzare, quella «paura secondaria», la paura che non viene dall’arrivo della morte, ma trasuda dalla nostra consapevolezza che sicuramente prima o poi essa arriverà. La soluzione di tale compito dev’essere trovata e attuata, se mai possibile, dagli uomini stessi. Ed è questo ciò che bene o male accade, con maggiore o minor successo. Tutte le culture umane possono essere decodificate come ingegnosi congegni che rendono la vita vivibile, nonostante la consapevolezza della morte» ( Zigmunt Bauman, Paura liquida, Laterza, Roma, ed. Digitale 2017, cap. Paura della morte). 

In queste righe, l’accademico polacco, ci descrive come la nostra società si impegni giornalmente a contrastare la paura della morte e come non ci sia ancora riuscita e mai ci riuscirà. Abbiamo tanti esempi di gestione della morte in giro per il mondo, più o meno allegri, ma il timore di lasciare questo mondo comunque pervade tutti. Senza entrare assolutamente nel merito, e ben consci delle grandi responsabilità che comporta questa analisi, per capire questa paura basti pensare a questi ultimi due anni flagellati dal covid. 

Infatti, comunicando quotidianamente il numero di morti, agitando queste statistiche corredate di opportune immagini e immancabili pareri di specialisti medici, agitando in sostanza la paura della morte, non è stato, per lo più, necessario l’utilizzo massiccio delle forze armate e della polizia.
Attraverso questa paura si sono temporaneamente annullati dei diritti individuali ritenuti inviolabili nella maggioranza dei paesi occidentali, con le uniche eccezioni dei casi definiti dalla legge e dietro un cosiddetto giusto processo, come le libertà di movimento, di decidere dove andare e chi frequentare. Si sono modificate anche modalità di interazione da sempre ritenute essenziali al buon funzionamento della società applicando il famoso o famigerato ”distanziamento sociale”. Si sono interrotti servizi fondamentali per la società come l’istruzione.

Ed è bastato mostrare la pericolosità del covid, poche immagini emblematiche, per far capire la pericolosità di questa malattia e convincerli ad accettare restrizioni e regole. 

C’è un altro aspetto di interesse sociologico nella morte: come la società decide di tramandare il ricordo di un proprio caro o di celebrare quello di una personalità importante.

I cimiteri sono storicamente i luoghi nei quali allontaniamo i morti dai vivi ma anche i luoghi funzionali del ricordo. La natura del cimitero, e delle sepolture in generale, è mutata nel corso degli anni, assumendo sempre più caratteristiche legate al ricordo e alla celebrazione dei nostri cari e allontanando la mera funzione sanitaria per la quale originariamente erano stati pensati: consideriamo ad esempio le urne cinerarie che ci permettono di tenere il nostro caro vicino a noi.

Anche il nostro lavoro è mutato nel tempo. Le onoranze funebri hanno acquisito sempre più una rilevanza sociale, svolgendo sia il compito di trasporto della salma, sia quello di tramite tra la società nel quale abitava il defunto e il suo ultimo viaggio.  

Ci sono ancora domande senza risposta e che hanno bisogno di essere indagate; è sempre difficile tramandare il ricordo di una persona in modo che non si dimentichi nel tempo, ma la società moderna si sta muovendo in questa direzione e, noi delle Onoranze Funebri Emidio e Alfredo De Florentiis, siamo orgogliosi di poter essere attori partecipi di questa trasformazione. 

Chiese e riti religiosi, al via una nuova normalità

Con la Fase 2 operativa dallo scorso 4 maggio abbiamo cominciato a vedere barlumi di riapertura: riprendere a tornare nei luoghi di culto, i funerali con massimo 15 persone, sempre rispettando le regole del distanziamento sociale e delle mascherine.

Dal lunedì 18 maggio ancora di più cominciamo a sentirci liberi, perché molte sono le novità dell’ultimo DPCM del 17 maggio, che permettono a tante attività di rialzare le saracinesche, mettendo in atto tutte le indicazioni di sicurezza necessarie.

L’emergenza c’è ancora, il Coronavirus è sempre nella nostra Italia, quindi massima attenzione ovunque. Anche nei luoghi di culto, anche nelle chiese, dove però possiamo finalmente tornare.

Come si potrà assistere a un rito religioso? Le linee guida sono chiare in materia e oggi vogliamo proprio darvene conto.

In primis il distanziamento sociale è la priorità: infatti in tutte le chiese, sulle panche, sono stati messi dei bollini adesivi che indicano dove è possibile sedersi.

Mascherine da indossare obbligatoriamente, in alcune città c’è anche l’obbligo dei guanti.

Sarà necessario anche igienizzarsi le mani: così verranno sistemati “distributori” di gel all’ingresso: altra precauzione anti contagio necessaria anche in tutte le attività commerciali.

E quando c’è un funerale, come ci deve comportare?

In base al DPCM del 17 maggio 2020, la Federazione nazionale imprese onoranze funebri (Feniof) ha spiegato gli articoli relativi alle disposizioni della chiesa durante le esequie, che si dovranno seguire dal 18 maggio al 14 giugno.

In esso, tra le altre cose, si stabilisce che:

“Può essere prevista la presenza di un organista, ma in questa fase si ometta il coro. Tra i riti preparatori alla Comunione si continui a omettere lo scambio del segno della pace. La distribuzione della Comunione avvenga dopo che il celebrante e l’eventuale ministro straordinario avranno curato l’igiene delle loro mani e indossato guanti monouso; gli stessi – indossando la mascherina, avendo massima attenzione a coprirsi naso e bocca e mantenendo un’adeguata distanza di sicurezza – abbiano cura di offrire l’ostia senza venire a contatto con le mani dei fedeli. Le eventuali offerte non siano raccolte durante la celebrazione, ma attraverso appositi contenitori, che possono essere collocati agli ingressi o in altro luogo ritenuto idoneo.”

A ciò va aggiunto che:

  • non è consentito accedere al luogo della celebrazione in caso di sintomi influenzali/respiratori o in presenza di temperatura corporea pari o superiore ai 37,5° C;
  • Viene altresì ricordato ai fedeli che non è consentito l’accesso al luogo della celebrazione a coloro che sono stati in contatto con persone positive a SARS-CoV-2 nei giorni precedenti;
  • Va favorito, per quanto possibile, l’accesso delle persone diversamente abili, prevedendo luoghi appositi per la loro partecipazione alle celebrazioni nel rispetto della normativa vigente;
  • Si continuano a mantenere vuote le acquasantiere della chiesa.

Tante disposizioni che possono essere viste come limitazioni ma che sono comunque necessarie per tutelare la salute pubblica, la salute di tutti, il bene più prezioso che abbiamo.

Per noi e per i nostri colleghi, sono stati mesi duri: abbiamo visto morire persone da sole, senza che nessuno potesse salutarli. Non è stato facile lavorare con una pandemia in corso ma:

“Abbiamo scelto sì un lavoro spesso deriso, offeso… del quale faremmo volentieri a meno se il momento non richiedesse la nostra presenza. Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare. Ma noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.”

Il Coronavirus ha stravolto il nostro modo di lavorare soprattutto ha mutato il rapporto con le famiglie, tutta l’empatia, la vicinanza e la comprensione che ci contraddistinguono: “I funerali erano anche il luogo in cui augurare alla persona cara di riposare in pace, sono diventati – con la pandemia – una semplice e veloce sepoltura. Un nuovo paradigma è entrato nelle nostre vite, e non c’è bisogno di essere cristiani e credenti per provare un ulteriore nodo in gola a dover rimanere soli nella propria sofferenza, le mani con i guanti, la mascherina sulla bocca, la voglia di piangere.”

Giornate, settimane, mesi in cui si è parlato di funerali da Codiv-19 in cui affetto, lacrime, dolore, tutto era nascosto, impossibile da sfogare sfiorando la bara del proprio caro.

Poi la Fase 2, dal 4 maggio, qualche sorriso in più, una parvenza di normalità in cui almeno 15 persone possono dare l’ultimo saluto al proprio caro.

Ora finalmente qualcosa in più: un altro passaggio importante, un respiro anche per noi che non ci siamo fermati un attimo ma che, dopo tanto silenzio e dolore, torniamo a risentire il rumore del traffico e riascoltare la voce delle persone, e questa è stata per noi un’emozione unica.

Da qualche giorno c’è una nuova normalità anche per noi fatta di sorrisi sotto le mascherine, occhi che si guardano e corpi che cercano un abbraccio ancora virtuale.

Da questa settimana vogliamo tornare a sperare, con tutte le precauzioni del caso, ma comunque tornare a sperare, e lo facciamo anche grazie alle parole del nostro Papa Francesco:

“Preghiamo oggi per le persone che si occupano di seppellire i defunti in questa pandemia. È una delle opere di misericordia seppellire i defunti e non è una cosa gradevole naturalmente. Preghiamo per loro che rischiano anche la vita e di prendere il contagio”.