Quattro storie sulla morte

Conosciamo Stephen Cave

Stephen Cave è un filosofo inglese esperto di morte. Già, morte, perché il direttore del Centro di Leverhulme dell’Università di Cambridge, nel suo libro Immortality, prova a spiegarci la sua teoria sulla morte, o meglio, delle bugie che ci raccontiamo per allontanare quest’ultima.

Infatti, scrive l’autore, l’uomo in fin dei conti non fa altro che tentare il più possibile di sfuggire all’argomento raccontandosi delle enormi bugie che lo aiutano ad andare avanti. 

Sarebbero quattro le macro categorie di bugie spiegate da Cave nel suo libro: elisir di lunga vita, resurrezione, anima e eredità. Vediamole una alla volta e cerchiamo di spiegare l’idea del filosofo.

Elisir

L’uomo è così tanto affascinato e convinto che possa esistere un qualcosa che ci faccia vivere in eterno, che si convince che prima o poi verrà inventata una pillola o una pozione che possa interrompere l’invecchiamento e quindi la morte. Quasi tutte le culture dell’umanità hanno avuto una storia o una leggenda di questo tipo, pensiamo al mito delle fonti dell’eterna giovinezza o, più recentemente, le terapie ormonali e con le cellule staminali per sconfiggere morte e invecchiamento.

“l’idea che la scienza possa curare la morte è solo un ulteriore capitolo nella storia dell’elisir magico”

Resurrezione

Purtroppo l’idea dell’elisir di lunga vita, come sappiamo, non ha funzionato molto bene, infatti non lo abbiamo. Un’altra idea, tipica delle religioni, è quella della resurrezione dello spirito. Accettiamo che il nostro corpo muoia ma conserviamo la speranza e la convinzione che potremo resuscitare e, a secondo delle religioni, andare nel regno dei cieli o reincarnarci. Ma il nostro desiderio di poterci reincarnare è interpretato anche in chiave scientifica con l’idea della criogenica, per poter conservare il nostro corpo in eterno e, forse, risvegliarci quando la tecnica lo permetterà.

Anima

La maggior parte delle persone sulla terra crede di avere un anima che possa sopravvivere anche in assenza del corpo. Nonostante l’idea di anima sia ancora molto popolare e radicata, col progresso e l’avanzare della tecnologia, stiamo reinventando questa nel digitale, con l’idea di poter caricare le nostre idee, i nostri pensieri e la nostra essenza, su un pc, in modo che sopravviva anche dopo la nostra dipartita. 

Eredità

Per quanto meno affascinante delle altre, quest’ultima visione ammette la fine del corpo e anche la fine dell’anima, e, proprio per questo, spinge l’essere umano a creare mentre è ancora in vita, in maniera quasi ossessiva, qualcosa di memorabile, qualcosa che continui a vivere in eterno al proprio posto. E, pensiamoci, anche quando facciamo un figlio tramandiamo la nostra eredità genetica, e il nostro ricordo rimarrà in eterno almeno all’interno della nostra famiglia. 

 

Possiamo leggere queste teorie, o queste, come le chiama Cave, storie, in diversi modi. Ogni persona è libera di poter credere in quello che vuole, in ciò che le dà più sollievo. D’altronde queste teorie si sono tramandate nel corso della storia adeguandosi ai tempi, e continueranno a farlo nel tempo a venire.

Il punto è che l’uomo ha da sempre paura della morte, perchè la morte è incertezza, mai controllabile, arriva all’improvviso e non possiamo fare nulla per evitarla, se non esorcizzarla creandoci convinzioni, credenze o appoggiandoci alla nostra fede e cultura. 

Qualunque sia la vostra idea della morte, è importante avere tutti gli strumenti per vivere serenamente questo momento così intenso, così particolare e, noi delle Onoranze Funebri Emidio e Alfredo De Florentiis siamo sempre pronti ad accompagnare il vostro caro in un viaggio fatto di rinascita, rispetto e ricordo. 

La morte, un’analisi sociologica

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Un lettore attento potrebbe chiedersi, cosa c’entra la sociologia con la morte? 

Infatti si nasce e si muore da soli, e la sociologia è la disciplina che studia i gruppi sociali, per quanto piccoli possano essere, e le classi che ritroviamo in una società.
Il pensiero della morte inevitabile, che possiedono solamente gli esseri umani, ha però una conseguenza sociologicamente molto importante: la paura.

Non potrebbero essere degli istinti a consentirci di assolvere a questo compito – di contrastare cioè, o neutralizzare, quella «paura secondaria», la paura che non viene dall’arrivo della morte, ma trasuda dalla nostra consapevolezza che sicuramente prima o poi essa arriverà. La soluzione di tale compito dev’essere trovata e attuata, se mai possibile, dagli uomini stessi. Ed è questo ciò che bene o male accade, con maggiore o minor successo. Tutte le culture umane possono essere decodificate come ingegnosi congegni che rendono la vita vivibile, nonostante la consapevolezza della morte» ( Zigmunt Bauman, Paura liquida, Laterza, Roma, ed. Digitale 2017, cap. Paura della morte). 

In queste righe, l’accademico polacco, ci descrive come la nostra società si impegni giornalmente a contrastare la paura della morte e come non ci sia ancora riuscita e mai ci riuscirà. Abbiamo tanti esempi di gestione della morte in giro per il mondo, più o meno allegri, ma il timore di lasciare questo mondo comunque pervade tutti. Senza entrare assolutamente nel merito, e ben consci delle grandi responsabilità che comporta questa analisi, per capire questa paura basti pensare a questi ultimi due anni flagellati dal covid. 

Infatti, comunicando quotidianamente il numero di morti, agitando queste statistiche corredate di opportune immagini e immancabili pareri di specialisti medici, agitando in sostanza la paura della morte, non è stato, per lo più, necessario l’utilizzo massiccio delle forze armate e della polizia.
Attraverso questa paura si sono temporaneamente annullati dei diritti individuali ritenuti inviolabili nella maggioranza dei paesi occidentali, con le uniche eccezioni dei casi definiti dalla legge e dietro un cosiddetto giusto processo, come le libertà di movimento, di decidere dove andare e chi frequentare. Si sono modificate anche modalità di interazione da sempre ritenute essenziali al buon funzionamento della società applicando il famoso o famigerato ”distanziamento sociale”. Si sono interrotti servizi fondamentali per la società come l’istruzione.

Ed è bastato mostrare la pericolosità del covid, poche immagini emblematiche, per far capire la pericolosità di questa malattia e convincerli ad accettare restrizioni e regole. 

C’è un altro aspetto di interesse sociologico nella morte: come la società decide di tramandare il ricordo di un proprio caro o di celebrare quello di una personalità importante.

I cimiteri sono storicamente i luoghi nei quali allontaniamo i morti dai vivi ma anche i luoghi funzionali del ricordo. La natura del cimitero, e delle sepolture in generale, è mutata nel corso degli anni, assumendo sempre più caratteristiche legate al ricordo e alla celebrazione dei nostri cari e allontanando la mera funzione sanitaria per la quale originariamente erano stati pensati: consideriamo ad esempio le urne cinerarie che ci permettono di tenere il nostro caro vicino a noi.

Anche il nostro lavoro è mutato nel tempo. Le onoranze funebri hanno acquisito sempre più una rilevanza sociale, svolgendo sia il compito di trasporto della salma, sia quello di tramite tra la società nel quale abitava il defunto e il suo ultimo viaggio.  

Ci sono ancora domande senza risposta e che hanno bisogno di essere indagate; è sempre difficile tramandare il ricordo di una persona in modo che non si dimentichi nel tempo, ma la società moderna si sta muovendo in questa direzione e, noi delle Onoranze Funebri Emidio e Alfredo De Florentiis, siamo orgogliosi di poter essere attori partecipi di questa trasformazione. 

Tanatofobia, tafofobia e altre

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, ha pensato al momento della sua morte. È un pensiero intimo che, sicuramente, ci ha fatto un poco di paura. La paura della morte è una fobia che non è innata negli individui, infatti non nasciamo con questa paura ma, solo con la crescita e l’apprendimento, ci rendiamo conto che esiste una cosa chiamata morte. La parola esatta che indica questa paura è Tanatofobia e (dal greco thanatos che significa morte, e phobos che significa paura) e indica, appunto, la morbosa paura della morte e delle manifestazioni ad essa collegate. Tale fobia può sorgere in seguito a traumi subiti per motivi emozionali o nevrotici. Nelle persone tanatofobiche tutto ciò che riporta anche remotamente alla morte è causa di attacchi di panico e profonda angoscia.

Anche se spesso vengono usate con lo stesso significato, non dobbiamo confondere la tanafobia con la necrofobia, cioè la paura dei cadaveri o dei corpi senza vita. Quest’ultima fobia è legata soprattutto al timore di svenire, impressionarsi, sentirsi poco bene o addirittura morire per l’emozione. 

Anche se di giorno sono luoghi frequentati, soprattutto, dalle persone più anziane, passare vicino a un cimitero di notte incute a quasi tutti una certa paura. Il termine usato per indicare questa paura è coimetrofobia. Questa parola non descrive una mera paura dei cimiteri, ma un insieme di reazioni psichiche che si verificano se ci si avvicina a uno di questi. Questa paura è considerata molto irrazionale, anche se gli effetti possono essere fastidiosi e vanno dalla paura estrema a stati d’ansia persistenti. Visto che questa paura si presenta soprattutto alla sera o alla notte, un consiglio che danno molti esperti è quello di visitare i cimiteri di giorno, ne esistono di monumentali e molto belli, per capire che non sono luoghi di cui aver paura, ma di pace e quiete. 

Nei vecchi cimiteri, quando le salme non venivano sigillati all’interno di bare zincate,  soprattutto nelle sere estive, si poteva vedere il fenomeno del fuoco fatuo. Questo è una fiammella prodotta dai gas emessi dalle materie organiche che si decompongono. Questi gas rimangono imprigionati dal terreno e, quando si liberano, formano un bagliore di colore blu o verde. Inutile dire che vedere un fenomeno del genere provoca un grande spavento.

Un altra fobia legata alla morte è la tafofobia. Questa paura sembra essere abbastanza rara ma, negli anni, ha generato interessanti spunti di riflessione e, anche, invenzioni curiose. La tafofobia è la paura di essere sepolti vivi a causa di una errata constatazione della morte. Come detto è abbastanza rara e appare più come una forma estrema di claustrofobia. 

Prima dell’avvento della medicina moderna, la paura di essere sepolti vivi non era del tutto irrazionale. Nella storia vi sono stati numerosi casi di persone accidentalmente sepolte vive e la letteratura e, più recentemente il cinema, ci hanno dato descrizioni romanzate di questa paura. Allo scopo di evitare questo macabro evento, alla fine del Settecento, l’anatomista danese Jacques-Bénigne Winslow, aveva enunciato una serie di possibili riscontri da attuare sul presunto cadavere affinché la diagnosi di morte fosse certa. Fra questi ve n’erano alcuni molto curiosi, come ad esempio: “versare aceto e sale o urina calda nella bocca”, “mettere insetti nelle orecchie” o “tagliare le piante dei piedi con delle lamette”.

Edgar Allan Poe era affetto da tafofobia ed ha spesso usato questa sua paura nei classici della letteratura del terrore

Un altro aspetto curioso legato alla tafofobia è l’invenzione delle bare di sicurezza. Queste avevano ad esempio coperchi in vetro, corde con campanelli e tubi collegati all’esterno per poter respirare fino al salvataggio. In particolare, il creatore della bara con il tubo, il tedesco Herr Gutsmuth, si fece seppellire due volte nella sua creazione, per dimostrarne la funzionalità.

Oggi, grazie all’evoluzione delle scienze mediche e i rigidi parametri che si devono seguire per la tumulazione dei corpi è impossibile non riconoscere una morte apparente, almeno nei paesi più sviluppati. 

Queste sono solo un esempio delle fobie collegate alla morte o ai luoghi della morte. È importante rimarcare che sono paure che in apparenza non hanno nulla di razionale ma, che meritano di essere rispettate e trattate. Il nostro compito, come impresari funebri, è anche quello di rassicurare, chi si affida a noi, su questi aspetti. 

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