Antropologia della morte

I vivi credono di piangere i loro morti e invece piangono una loro morte, una loro realtà che non è più nel sentimento di quelli che se ne sono andati.
(Luigi Pirandello, 1951, Colloquii coi personaggi)

La morte è per antonomasia la metafora del confine, del limite raggiungibile solo nel momento in cui non siamo più e ci troviamo perciò impossibilitati a raccontarlo. 

Come ebbe modo di evidenziare Martin Heidegger nel secolo scorso, la morte è l’unica esperienza della vita che coinvolge ineluttabilmente tutti ma che tutti possono conoscere solo attraverso l’esperienza degli altri. Gli altri, infatti, potranno dire e raccontare di noi che non ci siamo più e rendere conto del modo in cui hanno percepito la nostra realtà e contestualmente di come hanno percepito se stessi attraverso noi. 

Sebbene siamo tutti consapevoli del significato che a livello personale assume la perdita di una persona cara, spesso ai più sfugge come le esequie siano un fatto sociale prima ancora che individuale. La morte, infatti, implica anche una rottura dello status sociale, una sorta di passaggio da una condizione all’altra. 

Con la morte, atto personale e sociale insieme, ci troviamo improvvisamente di fronte a quello che in antropologia è definito rito di passaggio, il quale decreta l’assegnazione della nostra ultima denominazione: il fu. Nel momento della morte l’individuo smette di esistere nella società, anche se il suo lascito può essere eterno e celebrato, come nel caso di uomini di cultura o sport.

L’antropologia ha cercato di definire i momenti legati all’origine e alla formazione delle credenze e degli atteggiamenti relativi alla morte. Secondo Edward Burnett Tylor, uno dei primi studiosi dei momenti culturali e comportamentali legati alla morte, la cultura relativa ad essa non sarebbe stata semplicemente acquisita ma, invece, appresa attraverso un lungo apprendistato. 

Lo sappiamo, tutte le culture, dalle più arcaiche e primitive, alle più moderne, celebrano questo passaggio, attraverso riti, usanze e sepolture che si sono evoluti nel tempo. 

Avvicinarsi e parlare della morte è una delle paure più forti degli esseri umani, tanto che, nelle civiltà industrializzate del XX secolo, si tende quasi a evitare il contatto con essa.

Infatti, sempre di più si cerca di non essere presenti nel momento della dipartita e, in certi casi, i nostri cari vengono affidati alle cure amorevoli, ma impersonali, di istituti per le cure palliative. Analogamente i medici, spesso con la connivenza dei familiari, cercano di nascondere al moribondo l’imminenza della morte, e ciò a volte dà luogo a complicate finzioni in cui tutti sanno come stanno realmente le cose, ma nessuno lo ammette. 

Storicamente e antropologicamente i funerali sono dei riti di passaggio da una condizione, appunto quella di vivo, ad un altra, quella di defunto. Questi riti esistono per diversi motivi, da quello più biologico, cioè allontanare il corpo che tende a deteriorarsi dalla comunità, a quelli di aggregazione: infatti, dopo le varie fasi di un funerale, smesso il lutto, i parenti del defunto escono dallo stato di isolamento in cui il decesso li aveva confinati e le normali relazioni sociali sono ripristinate. Tale è il fine dei banchetti e delle cerimonie commemorative che seguono i funerali, in alcune società, contribuendo a rinsaldare i legami tra i membri della comunità. 

Oggi, nella società contemporanea, si assiste a un rifiuto delle emozioni: bisogna quanto prima accantonare e dimenticare il lutto. La morte di una persona cara può far precipitare i familiari superstiti in una condizione di crisi; a questa crisi bisogna reagire attraverso modelli di comportamento che la cultura ha determinato, attraverso i quali si può trascendere la crisi individuale trasformandola in valore per la sopravvivenza. 

Ora, come si è già detto, non si può sfuggire dalla morte accantonandola: bisogna assumerla, darle significato, senso, bisogna elaborare delle tecniche di difesa perché la vita deve continuare.

Il ruolo più importante, dopo la morte di una persona, è quello dell’agenzia di pompe funebri alla quale si decide di rivolgersi. 

Questa, saprà soddisfare le diverse richieste, facendo molte volte da tramite tra il defunto e la famiglia, organizzando i trasporti, preparandolo per un eventuale ultimo saluto, sbrigando la parte burocratica. Lo sappiamo, il funerale migliore è quello veloce, senza intoppi, che sappia celebrare al meglio la persona e che, in qualche modo, come attraverso la scelta dei fiori, ricordi il suo essere. La discrezione, la capacità e la possibilità di esaudire le richieste della famiglia o dei cari del defunto, contribuisce a dare un nuovo significato alla morte, rendendola più socialmente accettata.

La morte ai tempi del Coronavirus

Non è un momento facile per l’intera Italia, non è mai successo di vedere il nostro paese chiuso, limitato e bloccato.

Ma era una necessità, un dovere per dare ancora valore alla vita e far cessare questa emergenza che si chiama Coronavirus.

Un’ emergenza nazionale che vede coinvolte tutte le regioni e che mette davanti a un’allarmante situazione fatti di cifre che fanno paura; i dati della Protezione Civile (al momento della pubblicazione dell’articolo) parlano di 7.985 malati ha segnato un aumento di 1.598 rispetto a ieri; i guariti sono 724 in totale, 102 nelle ultime 24 ore. I decessi invece, arrivati a 463 in totale, sono 97 in più di ieri.

Di questi, riferisce Borrelli: “L’1% si trova nella fascia di età tra 50 e 59 anni, il 10% nella fascia tra 60 e 69 anni, 31% tra 70 e 79 anni, il 44% nella fascia 80-89 anni e il 14% è ultranovantenne”.

Morire di Coronavirus si può, purtroppo sì e a farne le spese, come notato, sono le persone anziane; quelle fasce di popolazione cioè in cui sono presenti patologie pregresse che, con la potenza di questo virus, danneggia irrimediabilmente il sistema immunitario.

Interessante è l’intervista fatta dal sito Si può dire Morte al medico Marco Lesca, che lavora da anni sul territorio piemontese.

Alla domanda come si affronta il lutto con i parenti, risponde:

“Negli anni ho compreso che ciò che mi spaventa nel vedere la morte è la certezza che prima o poi morirò anche io. Un buon medico deve fare i conti con la propria morte per stare accanto a chi perde qualcuno e a chi sta per morire, ma anche per non essere schiacciato dalla sensazione d’impotenza. Ho imparato che con i familiari e i pazienti bisogna comunicare come si fa con i bambini, senza dare la possibilità di fraintendimenti, e che è necessario, soprattutto in caso di rianimazione, dare frequenti resoconti del nostro operato, per permettere alle persone di comprendere cosa sta accadendo in tempo reale.”

Non facile per chi fa il nostro lavoro sentire parlare di cifre così, di vivere una situazione così pesante, di stare vicini a famiglie colpite da un tale dolore.

Molti infatti non possono nemmeno salutare per l’ultima volta i loro cari perché il Coronavirus ti lascia solo magari in isolamento, più probabile in ospedale nel reparto di Terapia Intensiva.

E’ questo il dolore più grande che ci portiamo dentro in queste ore drammatiche; ma è il nostro lavoro e noi non ci tiriamo indietro, siamo lì, anche di fronte alle difficoltà.

Ci esponiamo ai rischi, anche di un contagio, ritenendo che la dignità di una persona debba essere rispettata anche dopo la morte. Per noi i defunti sono persone da onorare e non merce da smaltire, come troppo spesso vediamo fare.

Sicuramente un lavoro difficile, molte volte ci sentiamo ripetere che non tutti ne sarebbero capaci, ma lo amiamo.

Abbiamo scelto di stare accanto alle famiglie in un momento delicato e di grande fragilità emotiva. Ogni persona affronta il lutto in modo diverso: chi rimane distaccato, chi invece segue e cura ogni dettaglio, chi sceglie di raccontare e chi si chiude in un “assordante” silenzio.

Ma noi siamo lì, rispettando le reazioni di ognuno, perché come dice un nostro amico sacerdote: abbiamo scelto una “professione che è caratterizzata per il suo servizio alla sofferenza dell’uomo”.

Non è un momento facile ma ce la faremo, tutti insieme avendo sempre un pensiero per chi non c’è più magari semplicemente portando un fiore sulla tomba dei nostri cari…

 “I fiori sanno ridere, i fiori sanno sorridere, i fiori sanno anche assumere un’aria triste, giungendo persino alla disperazione – ma nessun fiore sa piangere. La natura è totalmente stoica; per questo ci offre il più sublime esempio di coraggio ed è la nostra maggiore consolatrice. (Malcolm de Chazal)