
Il 2 novembre portiamo fiori sulle tombe, accendiamo una candela e pronunciamo nomi che fanno parte della nostra vita. Ma c’è una domanda alla quale, forse, pensiamo raramente: chi ricorda le persone che non hanno nessuno che possa piangere per loro? Chi porta un fiore a chi è stato sepolto senza un nome, senza una famiglia e senza una storia che qualcuno possa raccontare?
A Vienna esiste un luogo che ci invita a fermarci proprio su questa domanda: il Friedhof der Namenlosen, il cimitero dei senza nome, dove riposano le vittime che per decenni il Danubio ha restituito alle sue rive. Le sue croci essenziali custodiscono una memoria che non appartiene a una singola famiglia, ma a tutti noi. In vista di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti, la sua storia ci permette di guardare oltre le tombe che conosciamo e di riflettere su una forma di rispetto che non dovrebbe mai dipendere dall’identità di chi è morto. Perché ricordare i defunti significa anche riconoscere che ogni vita ha avuto un valore, persino quando il suo nome è andato perduto.
Il cimitero di Vienna dove il Danubio restituiva i suoi morti
Nella zona di Albern, vicino al porto di Vienna, il Danubio ha lasciato per molto tempo una traccia dolorosa. Le correnti e un particolare vortice trascinavano verso la riva i corpi di persone annegate nel fiume. Erano uomini e donne che, in molti casi, non potevano essere identificati, visto che spesso mancavano documenti, non c’erano familiari in grado di riconoscerli e le circostanze della morte rimanevano talvolta sconosciute. Per dare loro una sepoltura fu realizzato un cimitero che sarebbe diventato un luogo unico nel suo genere, il Friedhof der Namenlosen. Questo è composto da due aree storiche: nella parte più antica, oggi in gran parte riconquistata dalla vegetazione e segnata dalle inondazioni, furono sepolte centinaia di persone recuperate dal fiume, mentre la parte più recente venne realizzata nel 1900, oltre l’argine di protezione.
Secondo la documentazione ufficiale della città di Vienna, tra il 1900 e il 1940 in quest’ultima area furono sepolti 104 corpi recuperati dal Danubio: soltanto 43 poterono essere identificati. Le sepolture continuarono fino al 1940, anno dell’ultima inumazione registrata nel cimitero. Con la costruzione del porto di Albern e la modifica delle correnti, i ritrovamenti in quel tratto del fiume diminuirono drasticamente.
Oggi, a raccontare quelle esistenze, sono soprattutto le semplici croci di ferro. Su alcune compaiono indicazioni essenziali, come sconosciuto, uomo o donna, talvolta accompagnate da una data. Non ci sono biografie, fotografie o lunghi epitaffi. Eppure, davanti a quelle tombe, è difficile non immaginare le storie che restano nascoste: una casa lasciata lontano, un lavoro, un affetto, una vita che qualcuno potrebbe avere continuato ad aspettare senza sapere che cosa fosse accaduto.
Il nome del cimitero sembra suggerire una mancanza definitiva, ma la sua storia racconta anche il contrario. Il defunto può non essere stato riconosciuto, eppure qualcuno si è occupato della sua sepoltura. Qualcuno ha custodito quel luogo e ha cercato, quando possibile, di ricostruire l’identità delle persone ritrovate. C’è un gesto che rende questa memoria ancora più significativa. Ogni anno, la domenica successiva a Ognissanti, i pescatori della zona ricordano le vittime del Danubio con una cerimonia durante la quale un’imbarcazione simbolica, decorata con fiori, corone e candele, viene affidata alle acque del fiume. È un saluto collettivo rivolto a persone che, altrimenti, rischierebbero di non essere ricordate da nessuno. Il fiume che un tempo riportava a riva quei corpi diventa così il luogo di una commemorazione, e le tombe senza nome ci consegnano una domanda che supera i confini di Vienna: che cosa accade, nel nostro Paese, quando una persona muore e nessuno riesce a dire chi sia?
Anche in Italia ci sono tombe senza nome
Il fenomeno, purtroppo, non appartiene soltanto al passato o a luoghi lontani. Anche in Italia vengono ritrovati corpi di persone la cui identità non è immediatamente accertabile. Può accadere dopo un naufragio, in seguito al ritrovamento di una persona in un corso d’acqua o in una zona isolata, oppure quando le circostanze della morte non consentono di risalire con facilità alla sua storia. In questi casi, la sepoltura non rappresenta la fine delle procedure. Le autorità competenti possono avviare accertamenti per ricostruire l’identità del defunto, raccogliendo informazioni sulle caratteristiche fisiche, sugli abiti, sugli oggetti personali e su eventuali segni distintivi. Quando opportuno, gli esami medico-legali, odontologici e genetici possono fornire ulteriori elementi.
Per coordinare queste attività, il Ministero dell’Interno dispone del Registro nazionale dei cadaveri non identificati, istituito nel 2007. Il registro raccoglie informazioni provenienti dalle Prefetture e dalle Forze di polizia e permette di consultare elementi utili al riconoscimento, come tatuaggi, cicatrici, protesi e altre caratteristiche fisiche. Lo scopo è anche confrontare questi dati con quelli delle persone scomparse, nella speranza di individuare una corrispondenza.
È un lavoro delicato, nel quale ogni dettaglio può rivelarsi importante. Un oggetto ritrovato accanto a un corpo, un dato odontologico o un profilo genetico possono contribuire a restituire un’identità a chi, fino a quel momento, è rimasto sconosciuto. Un caso concreto dimostra quanto questo impegno possa essere importante anche a distanza di molti anni. Nel 2018 il Ministero dell’Interno rese nota l’identificazione di una donna scomparsa nel 1998, i cui resti erano stati sepolti senza nome nel cimitero Flaminio di Roma. Il riconoscimento fu possibile grazie alla collaborazione tra investigatori e specialisti, attraverso l’analisi antropologica e odontologica e successivi riscontri genetici. Dopo vent’anni, una vicenda rimasta sospesa poté finalmente essere ricondotta a una persona precisa. Questa storia ci ricorda che una tomba anonima non racconta necessariamente una conclusione definitiva. Talvolta è una pagina ancora aperta, in attesa che nuove informazioni permettano di ricostruire ciò che manca.
Dove vengono sepolti i defunti non identificati?
Una domanda è inevitabile: esistono anche in Italia cimiteri dedicati esclusivamente alle persone senza nome, come quello di Vienna?
Non esiste un unico cimitero nazionale riservato a questa categoria, né un obbligo generale per ogni Comune di predisporre un’area esclusivamente dedicata ai defunti non identificati. La gestione delle sepolture avviene nel quadro delle norme nazionali di polizia mortuaria e dell’organizzazione dei servizi cimiteriali locali. Il riferimento normativo generale è il D.P.R. 10 settembre 1990, n. 285, che disciplina la polizia mortuaria e le procedure relative alla sepoltura. Le modalità concrete dipendono dal caso, dalle disposizioni delle autorità competenti e dall’organizzazione del cimitero interessato. Un defunto senza identità può quindi essere sepolto in un cimitero ordinario, secondo le procedure previste, con le registrazioni e le indicazioni disponibili. Non è necessario che esista un luogo separato, riconoscibile a colpo d’occhio, perché venga garantita una sepoltura dignitosa. Ciò che conta è che le informazioni relative al ritrovamento e alla sepoltura siano conservate correttamente, così da non ostacolare eventuali successive attività di identificazione. Anche una tomba contrassegnata da una dicitura essenziale o da un riferimento identificativo può custodire una storia che, un giorno, potrebbe essere ricostruita. La differenza rispetto al cimitero viennese è soprattutto nella storia e nella funzione del luogo: quello di Albern nacque per accogliere le vittime restituite da un particolare tratto del Danubio. In Italia, invece, la gestione dei singoli casi si inserisce normalmente nei servizi cimiteriali esistenti, senza un modello unico valido per tutti i territori.
Il ruolo delle onoranze funebri: rispetto anche quando manca una famiglia
Quando immaginiamo un funerale, pensiamo spesso a una famiglia raccolta attorno alla bara, ai fiori scelti con cura e alle parole pronunciate per salutare una persona amata. Ma non tutti i decessi sono accompagnati da questa presenza. Ci sono persone che muoiono lontano da casa, altre che non vengono riconosciute e altre ancora per le quali non è possibile individuare familiari che possano occuparsi delle esequie. In situazioni simili, le procedure sono definite dalle autorità competenti e dalle norme applicabili. Gli accertamenti necessari devono essere svolti prima che si proceda secondo le disposizioni previste per la sepoltura. Quando vengono incaricate di specifici servizi, le imprese funebri possono occuparsi delle operazioni di propria competenza, come il trasporto e le attività funerarie autorizzate, nel rispetto delle indicazioni ricevute e delle regole vigenti. È importante non confondere i ruoli: l’identificazione del defunto e le decisioni che spettano alle autorità non sono compiti dell’impresa funebre. Ma questo non rende meno importante il contributo professionale di chi opera nel settore. Ogni servizio deve essere svolto con attenzione, serietà e rispetto, indipendentemente dal fatto che ci siano familiari presenti o che sia possibile organizzare una cerimonia privata.
È un aspetto che merita di essere ricordato anche parlando del lavoro delle onoranze funebri. La dignità non si misura attraverso il numero dei partecipanti, la ricchezza degli addobbi o la notorietà della persona scomparsa. Una sepoltura discreta non è una sepoltura meno importante. Il rispetto dovuto a chi è morto non può dipendere dal numero di persone che lo piangono. In fondo, il senso più profondo del servizio funebre è proprio questo: accompagnare il defunto con cura nell’ultimo passaggio, senza dimenticare che dietro ogni salma c’è stata una vita. Anche quando non ne conosciamo il nome.
Il Giorno dei Morti, una memoria che può appartenere a tutti
Ognissanti, il primo novembre, e la Commemorazione dei fedeli defunti, il 2 novembre, sono ricorrenze vicine, ma distinte. La prima è dedicata a tutti i santi, conosciuti e non conosciuti; la seconda invita a ricordare i defunti. Nelle nostre tradizioni, le due giornate si intrecciano con la visita ai cimiteri, i fiori, le preghiere e i racconti familiari. Sono gesti che ci aiutano a mantenere vivo il legame con chi non c’è più. Sistemiamo una lapide, portiamo un mazzo di fiori, ci soffermiamo davanti a una fotografia. A volte basta un nome inciso sulla pietra per riaprire il ricordo di una voce, di un’abitudine o di un momento condiviso. Ma possiamo allargare questo gesto anche a chi non conosciamo. Non tutti i defunti hanno qualcuno che torna a visitarli. Non tutti hanno una fotografia, una lapide con il nome completo o una famiglia che possa raccontarne la storia. Alcuni sono morti lontano dai propri affetti; altri non sono mai stati identificati. La loro memoria rischia di restare affidata soltanto agli archivi e alle istituzioni che continuano a cercare risposte. Proprio per questo, la storia del cimitero di Vienna parla anche a noi. Ci mostra che una comunità può scegliere di ricordare persone che non hanno lasciato legami conosciuti, offrendo loro uno spazio nella memoria collettiva.
Anche in Italia esistono iniziative che vanno in questa direzione. Nel dicembre 2025, a Bologna, è stato sottoscritto un protocollo d’intesa per migliorare la collaborazione tra istituzioni nella ricerca dell’identità dei cadaveri senza nome. L’obiettivo è rendere più efficace il confronto tra le informazioni relative alle persone scomparse e quelle raccolte sui corpi ritrovati, evitando che informazioni importanti vadano perdute. Non si tratta soltanto di una questione amministrativa o investigativa. Dietro ogni procedura c’è la possibilità di restituire una storia a qualcuno e, quando possibile, di consentire a una famiglia di ritrovare il proprio caro. Forse, allora, il significato più profondo del Giorno dei Morti sta anche nella capacità di guardare oltre i nostri legami personali. Ricordiamo chi abbiamo amato, ma possiamo rivolgere un pensiero anche a chi non ha più nessuno che pronunci il suo nome. Non sappiamo chi fosse, quali luoghi abbia attraversato o quali persone abbia incontrato. Non possiamo ricostruire la sua storia con un gesto simbolico. Possiamo però riconoscere che quella vita è esistita e che merita rispetto.
Quando, nei prossimi giorni, entreremo in un cimitero, potremo fermarci un momento anche davanti a una tomba anonima. Non occorre conoscere una persona per comprendere il valore della sua esistenza. E non occorre sapere il suo nome per riconoscerle dignità, perché la memoria non appartiene soltanto a chi ha qualcuno che lo ricorda, ma può diventare anche una responsabilità collettiva, un modo per dire che nessuna persona dovrebbe essere considerata meno importante perché la sua identità è andata perduta.
Anche per noi delle Onoranze Funebri Emidio e Alfredo de Florentiis ci sono morti di cui conosciamo ogni dettaglio e morti dei quali non sapremo mai nulla, ma il nostro compito, e ruolo, nella società è onorare la loro vita. Perciò, in questi giorni dedicati al ricordo, possiamo fare spazio a entrambi. Perché una vita può perdere il proprio nome, ma non per questo perde il diritto a essere trattata con rispetto.
