Il guardaroba del commiato: quando anche l’abito racconta una persona

C’è un momento, dopo una morte, nel quale gli oggetti tornano ad avere un significato diverso. Un paio di scarpe appoggiato vicino alla porta, una giacca rimasta nell’armadio, la camicia che qualcuno riconosce immediatamente, ancora prima di guardarla davvero, oppure un vestito scelto per una festa, un cappotto utilizzato per anni, magari un abito elegante indossato nelle occasioni importanti. Sono tutti oggetti quotidiani, apparentemente semplici. Eppure, quando una persona non c’è più, possono diventare improvvisamente una delle forme più concrete della sua presenza. Anche, e soprattutto per questo, la scelta dell’abito con cui accompagnare una persona nel suo ultimo viaggio non è soltanto una questione pratica.

Ma, come si veste una persona che non può più scegliere? E, soprattutto, quanto racconta di lei ciò che decidiamo di farle indossare?

La risposta cambia molto a seconda delle epoche, delle culture, delle convinzioni religiose e delle tradizioni familiari. Perché il modo di vestire i morti, così come quello di vestirsi durante il lutto, ha accompagnato la storia dell’umanità molto più a lungo di quanto potremmo immaginare. Dalla veste funebre al vestito di una vita, per comprendere il significato del guardaroba del commiato bisogna fare un passo indietro. La relazione tra il corpo del defunto e il tessuto che lo avvolge è antichissima. Nell’antico Egitto, per esempio, il lino aveva un ruolo fondamentale nei rituali funerari: il Metropolitan Museum of Art conserva tessuti funerari e sudari risalenti a millenni fa, mentre alcune testimonianze mostrano come il tessuto potesse assumere anche una precisa funzione simbolica e religiosa. Il sudario della sacerdotessa Djedmutesankh, datato circa 1080-945 a.C., era decorato con la figura di Osiride e contribuiva a identificare simbolicamente la defunta con il dio dell’oltretomba. Non si trattava, dunque, semplicemente di coprire un corpo. Il tessuto poteva raccontare uno status, una fede, una speranza, un’appartenenza, poteva accompagnare il defunto nel passaggio verso un’altra dimensione secondo le convinzioni di quella società.

Le testimonianze conservate dal British Museum raccontano una storia nella quale abiti, bende e sudari costituiscono parte integrante del trattamento funerario. Alcuni sudari egizi erano decorati con divinità, iscrizioni e immagini legate al viaggio nell’aldilà; in altri casi sono state rinvenute vere e proprie stratificazioni di tessuti e indumenti. È interessante pensare che, già allora, il modo in cui una persona veniva avvolta o rappresentata attraverso i tessuti non fosse casuale. Il vestito, in fondo, continua a raccontare chi siamo anche quando non possiamo più raccontarcie, il nero non è sempre stato il colore del lutto.

Quando pensiamo a un funerale italiano immaginiamo facilmente il nero. Un abito scuro, una giacca, un vestito sobrio, colori discreti. È un’immagine talmente radicata nella nostra cultura che rischiamo di considerarla universale, ma non lo è. La storia dell’abito da lutto dimostra, infatti, quanto le convenzioni possano cambiare nel tempo. In Europa il nero era associato al lutto già nel Medioevo, ma la sua diffusione come colore dominante dell’abbigliamento funebre raggiunse un livello particolare nell’Ottocento. Durante l’epoca vittoriana il lutto divenne una pratica sociale fortemente codificata, con abiti, tessuti, accessori e persino periodi differenti a seconda del grado di lutto. 

La figura della regina Vittoria del Regno Unito contribuì enormemente a consolidare questa immagine. Dopo la morte del marito, il principe Alberto, la regina continuò a vestirsi a lutto per il resto della propria vita, contribuendo a trasformare il nero in una sorta di linguaggio pubblico del dolore.  Ma c’è un particolare ancora più interessante. Il nero non significava soltanto tristezza, ma era anche un segnale sociale. Comunicare attraverso l’abito che si era in lutto significava chiedere implicitamente agli altri di riconoscere quella condizione e di comportarsi di conseguenza. Il Vienna Museum sottolinea proprio questa funzione non verbale dell’abbigliamento da lutto: il vestito esprimeva il dolore e, contemporaneamente, rendeva visibile agli altri la condizione della persona che lo indossava.  Da questo momento l’abito diventava quindi anche una forma di comunicazione. E forse è proprio questo che rende così interessante il guardaroba del commiato.

E in Abruzzo? Anche la nostra terra conserva una storia nella quale abito, lutto e ritualità si sono incontrati per generazioni. L’Abruzzo ha una tradizione particolarmente ricca di riti legati alla morte e alla memoria dei defunti. Treccani, parlando delle tradizioni abruzzesi, ricorda il forte culto dei morti e le processioni accompagnate dalle confraternite, i cui membri potevano indossare lunghe cappe bianche, nere o rosse, con cappucci rialzati o calati sul volto. Ma c’è un’altra testimonianza ancora più curiosa e vicina alla dimensione popolare.

Nel patrimonio rituale abruzzese legato a Ognissanti sopravvive il ricordo di usanze nelle quali il rapporto tra i vivi e i morti passava anche attraverso gli oggetti quotidiani. La Regione Abruzzo racconta, per esempio, una tradizione secondo cui nella notte del 31 ottobre i defunti sarebbero tornati simbolicamente nelle case dei propri cari, dove potevano trovare cibo, vino e, in alcuni casi, persino qualche abito che avevano richiesto nei sogni dei familiari.  È una tradizione che dice qualcosa di profondamente umano: il morto non viene rappresentato soltanto come qualcuno che non c’è più, ma continua a essere immaginato attraverso le sue abitudini, le sue necessità, i suoi gusti, persino attraverso ciò che avrebbe potuto desiderare di indossare.

Ed è forse qui che la questione dell’abito assume un significato ancora più profondo. Naturalmente, non esiste un unico modo corretto di vestire una persona per il suo ultimo saluto. C’è chi sceglie un abito elegante, quello delle grandi occasioni, chi preferisce un abbigliamento più semplice e quotidiano, perché sente che rappresenta maggiormente la persona che non c’è più, qualcuno sceglie una divisa professionale, quando quella divisa ha rappresentato una parte importante della sua vita, mentre altri preferiscono un abito legato a una passione, a un ricordo, a una consuetudine familiare. E allora la domanda cambia. Non è più soltanto: che cosa dovrebbe indossare? Diventa: che cosa lo rappresentava davvero?

Una persona può essere stata elegantissima oppure profondamente informale, può aver amato le giacche, le scarpe sportive, un particolare cappello, una camicia sempre uguale, può aver trascorso una vita in uniforme o aver considerato l’abbigliamento una questione assolutamente secondaria. Naturalmente non esiste una risposta universale. Esiste però la storia di quella persona. Ed è proprio quella storia che, in un momento così delicato, può guidare una famiglia nella scelta.

Forse il guardaroba del commiato ci insegna proprio questo: gli abiti non sono mai soltanto abiti. Li indossiamo per presentarci agli altri, per sentirci a nostro agio, per lavorare, per celebrare, per viaggiare. Alcuni diventano quasi inseparabili da noi. Una persona può essere ricordata con un particolare cappotto, con una giacca, con un vestito che indossava sempre nelle occasioni importanti. Per questo, quando arriva il momento di scegliere cosa indossare durante il commiato, può capitare che un familiare apra un armadio e riconosca immediatamente la persona che ha perduto. Non vede semplicemente una camicia. Vede suo padre. Non vede soltanto una giacca. Riconosce suo marito. Non vede un paio di scarpe. Ritrova, per un istante, qualcuno che le ha indossate per anni. È questo il paradosso dell’abbigliamento: qualcosa che appartiene alla nostra quotidianità può diventare, dopo la morte, uno degli oggetti capaci di restituirci più rapidamente un’immagine di chi abbiamo amato. E forse anche per questo il vestito scelto per il commiato non deve essere considerato un dettaglio secondario, ma un ultimo gesto di cura, un modo per dire: ti riconosco ancora. L’ultimo abito non racconta la morte, racconta la vita

Alla fine, forse, il guardaroba del commiato non parla davvero della morte. Parla della vita, delle abitudini che abbiamo costruito negli anni, dei ruoli che abbiamo ricoperto, dei luoghi che abbiamo frequentato e delle persone che siamo diventati. Parla della nostra cultura e della nostra famiglia, delle tradizioni che abbiamo ricevuto e di quelle che abbiamo modificato. Un abito può essere solenne oppure semplice, antico oppure moderno, elegante oppure quotidiano, e noi delle Onoranze funebri Emidio e Alfredo de Florentiis lo sappiamo bene. La sua importanza nasce dal significato che gli attribuiamo. Perché quando scegliamo l’ultimo abito di una persona non stiamo cercando semplicemente qualcosa da farle indossare, ma stiamo cercando, spesso senza rendercene conto, un modo per rappresentarla ancora una volta. E forse è proprio questo il senso più profondo del commiato: accompagnare qualcuno per l’ultima volta cercando di riconoscerlo ancora nella sua interezza, non soltanto nella sua assenza, anche attraverso un abito, un piccolo gesto, anche attraverso ciò che, per una vita intera, abbiamo visto indossare a quella persona.