Come vorremmo essere ricordati? Una lezione che arriva dal Ghana

Ci sono luoghi del mondo nei quali il funerale non rappresenta soltanto il momento dell’addio, ma vuole essere un racconto, un modo per riassumere una vita attraverso simboli capaci di parlare alla comunità, alla famiglia e alle generazioni future. Quando pensiamo ai riti funerari, siamo portati a immaginare qualcosa di prettamente familiare: una chiesa, un cimitero, fiori, fotografie, parole di conforto. È il modo in cui la nostra cultura ha imparato ad accompagnare chi non c’è più. Eppure, osservando ciò che accade in altre parti del mondo, scopriamo che il bisogno di ricordare assume forme molto diverse, pur nascendo dallo stesso sentimento. 

In Ghana, nella regione di Accra, vive il popolo Ga, custode di una delle tradizioni funerarie più particolari e affascinanti esistenti. Qui, da decenni, alcune persone vengono sepolte all’interno di bare realizzate a mano che richiamano un elemento importante della loro esistenza: una professione, una passione, un ruolo sociale, un sogno. A prima vista queste creazioni possono sorprendere e, tra una bara a forma di pesce, un aeroplano, una macchina fotografica, una pannocchia di mais o una barca, questi cofani sembrano quasi oggetti usciti da un racconto fantastico. Eppure dietro queste forme insolite si nasconde una riflessione molto profonda sul significato della memoria.

Per comprendere questa tradizione bisogna allontanarsi dall’idea che il funerale riguardi esclusivamente la morte. Nella cultura Ga il commiato è anche un momento in cui la comunità celebra la vita che è stata vissuta. La bara diventa così una sorta di ultimo racconto, un simbolo capace di riassumere l’identità di una persona. La nascita di questa usanza viene generalmente attribuita a Seth Kane Kwei, un artigiano che negli anni Cinquanta iniziò a realizzare strutture funerarie fuori dall’ordinario. La storia più conosciuta racconta che costruì una bara a forma di aeroplano per una donna che aveva sempre sognato di volare senza averne mai avuto l’occasione. Quel gesto, nato quasi come un omaggio personale, diede origine a una tradizione che avrebbe superato i confini del Ghana e attirato l’attenzione di studiosi, antropologi e musei di tutto il mondo.

Ciò che rende queste bare così interessanti non è tanto la loro forma, quanto il significato che custodiscono. Ogni realizzazione rappresenta una storia. Un pescatore può essere ricordato attraverso il simbolo del mare che ha accompagnato la sua esistenza, un agricoltore attraverso il frutto del proprio lavoro, un imprenditore attraverso l’oggetto che meglio racconta il percorso costruito nel corso degli anni. In altre parole, il funerale non diventa il racconto della fine, ma il racconto di ciò che una persona è stata. Osservando questa tradizione da lontano potremmo essere tentati di considerarla molto diversa dalla nostra. In realtà, se ci fermiamo a riflettere, scopriamo che anche nelle nostre comunità il bisogno è esattamente lo stesso. 

Quando una famiglia sceglie una fotografia per il manifesto funebre, non sta forse cercando l’immagine che meglio rappresenta una persona? Quando durante una cerimonia viene ricordata una particolare passione, una professione o un tratto del carattere, non si sta forse cercando di raccontare una vita? Quando si seleziona una musica, una lettura o un fiore, il gesto non nasce forse dal desiderio di conservare qualcosa di unico e irripetibile? Cambiano i simboli, non cambia il significato.

Da sempre gli esseri umani hanno sentito il bisogno di lasciare tracce del proprio passaggio. Le grandi civiltà del passato hanno costruito tombe monumentali, inciso epigrafi, scolpito statue e conservato oggetti destinati ad accompagnare il defunto nell’aldilà. In ogni epoca, con linguaggi diversi, emerge la stessa necessità: trasformare una vita in memoria. Anche la nostra tradizione italiana è ricca di esempi in questo senso. Nei piccoli paesi dell’Abruzzo, come in molte altre regioni, il ricordo dei defunti ha sempre occupato uno spazio importante nella vita collettiva. Le visite ai cimiteri, le celebrazioni religiose, le confraternite e le usanze legate alla commemorazione dei morti raccontano un rapporto profondo con chi ci ha preceduto.

Non si tratta soltanto di conservare un ricordo. Si tratta di mantenere un legame, e forse è proprio questo l’aspetto che rende così interessante guardare a tradizioni lontane dalla nostra. Esse ci permettono di riconoscere qualcosa che appartiene anche a noi. Dietro la forma sorprendente di una bara ghanese non c’è il desiderio di stupire, ma la stessa esigenza che porta una famiglia italiana a custodire una fotografia sul comodino o a raccontare una storia durante una cena tra parenti. È il bisogno di non lasciare che una vita venga dimenticata. Con il passare degli anni, queste particolari bare figurative sono diventate celebri in tutto il mondo e alcune sono state esposte in importanti musei internazionali. Eppure la loro funzione originaria rimane immutata. Non nascono come opere d’arte destinate alle gallerie, ma come strumenti attraverso i quali una comunità esprime affetto, riconoscenza e memoria, e in questo senso rappresentano una lezione preziosa.

Siamo abituati ad associare il funerale esclusivamente al dolore della perdita. È una reazione naturale, perché ogni separazione porta con sé tristezza e nostalgia. Tuttavia esiste anche un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto importante. Ogni commiato offre l’occasione di riflettere su ciò che una persona ha lasciato dietro di sé: i legami costruiti, gli insegnamenti trasmessi, le esperienze condivise, l’impronta lasciata nella vita degli altri. Le bare figurative del Ghana rendono visibile proprio questo concetto. Non pongono al centro l’assenza, ma la presenza che quella persona ha avuto nel mondo. Non raccontano il momento della morte, ma il percorso della vita. Forse è per questo che continuano ad affascinare chiunque le scopra per la prima volta. Al di là delle differenze culturali, ci ricordano che ogni esistenza possiede una storia degna di essere raccontata. Una storia fatta di lavoro, passioni, sogni, relazioni e piccoli gesti quotidiani che, nel loro insieme, definiscono ciò che siamo.

Ed è forse qui che si trova il significato più profondo di ogni rito funerario. Non nella forma della bara, nel tipo di cerimonia o nelle tradizioni che accompagnano il commiato, ma nella volontà di custodire la memoria di una persona oltre il tempo della sua presenza fisica. Le culture cambiano, cambiano i simboli, le usanze e i linguaggi. Rimane però immutato il desiderio umano di ricordare e di essere ricordati. Le sorprendenti bare del Ghana ci mostrano una strada diversa da quella che le onoranze funebri Emidio e Alfredo de Florentiis offrono con i propri servizi, ma ci conducono alla stessa destinazione. Ci ricordano che ogni vita lascia un segno e che il compito della memoria è proprio quello di conservarlo.

Perché, in fondo, il modo in cui scegliamo di salutare chi non c’è più racconta sempre qualcosa di chi resta. Racconta l’affetto, la gratitudine e il bisogno di continuare a tenere viva una storia che merita di essere tramandata. E forse è proprio questa la forma più autentica del ricordo.

Antropologia della morte

I vivi credono di piangere i loro morti e invece piangono una loro morte, una loro realtà che non è più nel sentimento di quelli che se ne sono andati.
(Luigi Pirandello, 1951, Colloquii coi personaggi)

La morte è per antonomasia la metafora del confine, del limite raggiungibile solo nel momento in cui non siamo più e ci troviamo perciò impossibilitati a raccontarlo. 

Come ebbe modo di evidenziare Martin Heidegger nel secolo scorso, la morte è l’unica esperienza della vita che coinvolge ineluttabilmente tutti ma che tutti possono conoscere solo attraverso l’esperienza degli altri. Gli altri, infatti, potranno dire e raccontare di noi che non ci siamo più e rendere conto del modo in cui hanno percepito la nostra realtà e contestualmente di come hanno percepito se stessi attraverso noi. 

Sebbene siamo tutti consapevoli del significato che a livello personale assume la perdita di una persona cara, spesso ai più sfugge come le esequie siano un fatto sociale prima ancora che individuale. La morte, infatti, implica anche una rottura dello status sociale, una sorta di passaggio da una condizione all’altra. 

Con la morte, atto personale e sociale insieme, ci troviamo improvvisamente di fronte a quello che in antropologia è definito rito di passaggio, il quale decreta l’assegnazione della nostra ultima denominazione: il fu. Nel momento della morte l’individuo smette di esistere nella società, anche se il suo lascito può essere eterno e celebrato, come nel caso di uomini di cultura o sport.

L’antropologia ha cercato di definire i momenti legati all’origine e alla formazione delle credenze e degli atteggiamenti relativi alla morte. Secondo Edward Burnett Tylor, uno dei primi studiosi dei momenti culturali e comportamentali legati alla morte, la cultura relativa ad essa non sarebbe stata semplicemente acquisita ma, invece, appresa attraverso un lungo apprendistato. 

Lo sappiamo, tutte le culture, dalle più arcaiche e primitive, alle più moderne, celebrano questo passaggio, attraverso riti, usanze e sepolture che si sono evoluti nel tempo. 

Avvicinarsi e parlare della morte è una delle paure più forti degli esseri umani, tanto che, nelle civiltà industrializzate del XX secolo, si tende quasi a evitare il contatto con essa.

Infatti, sempre di più si cerca di non essere presenti nel momento della dipartita e, in certi casi, i nostri cari vengono affidati alle cure amorevoli, ma impersonali, di istituti per le cure palliative. Analogamente i medici, spesso con la connivenza dei familiari, cercano di nascondere al moribondo l’imminenza della morte, e ciò a volte dà luogo a complicate finzioni in cui tutti sanno come stanno realmente le cose, ma nessuno lo ammette. 

Storicamente e antropologicamente i funerali sono dei riti di passaggio da una condizione, appunto quella di vivo, ad un altra, quella di defunto. Questi riti esistono per diversi motivi, da quello più biologico, cioè allontanare il corpo che tende a deteriorarsi dalla comunità, a quelli di aggregazione: infatti, dopo le varie fasi di un funerale, smesso il lutto, i parenti del defunto escono dallo stato di isolamento in cui il decesso li aveva confinati e le normali relazioni sociali sono ripristinate. Tale è il fine dei banchetti e delle cerimonie commemorative che seguono i funerali, in alcune società, contribuendo a rinsaldare i legami tra i membri della comunità. 

Oggi, nella società contemporanea, si assiste a un rifiuto delle emozioni: bisogna quanto prima accantonare e dimenticare il lutto. La morte di una persona cara può far precipitare i familiari superstiti in una condizione di crisi; a questa crisi bisogna reagire attraverso modelli di comportamento che la cultura ha determinato, attraverso i quali si può trascendere la crisi individuale trasformandola in valore per la sopravvivenza. 

Ora, come si è già detto, non si può sfuggire dalla morte accantonandola: bisogna assumerla, darle significato, senso, bisogna elaborare delle tecniche di difesa perché la vita deve continuare.

Il ruolo più importante, dopo la morte di una persona, è quello dell’agenzia di pompe funebri alla quale si decide di rivolgersi. 

Questa, saprà soddisfare le diverse richieste, facendo molte volte da tramite tra il defunto e la famiglia, organizzando i trasporti, preparandolo per un eventuale ultimo saluto, sbrigando la parte burocratica. Lo sappiamo, il funerale migliore è quello veloce, senza intoppi, che sappia celebrare al meglio la persona e che, in qualche modo, come attraverso la scelta dei fiori, ricordi il suo essere. La discrezione, la capacità e la possibilità di esaudire le richieste della famiglia o dei cari del defunto, contribuisce a dare un nuovo significato alla morte, rendendola più socialmente accettata.